Diabete tipo 1: una firma genetica predice quali staminali iPSC diventeranno le migliori cellule pancreatiche produttrici di insulina

Uno studio del Diabetes Research Institute (DRI) dell’Ospedale San Raffaele di Milano ha scoperto un modo per capire in anticipo quali cellule staminali hanno le migliori probabilità di diventare cellule capaci di produrre insulina. Un risultato che potrebbe accelerare lo sviluppo di nuove terapie personalizzate per chi vive con il diabete di tipo 1. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Stem Cell Reviews and Reports.

Milano, 20 marzo 2026

Il problema: non tutte le cellule staminali si comportano allo stesso modo

Nel diabete di tipo 1 il sistema immunitario distrugge le cellule beta del pancreas, cioè quelle che producono insulina. Una delle strategie più promettenti per affrontare questo problema è la medicina rigenerativa: partire da cellule staminali — in particolare le cosiddette iPSC (cellule staminali pluripotenti indotte) — e guidarle a trasformarsi in nuove cellule beta funzionanti.

C’è però un ostacolo importante. Anche quando le cellule staminali provengono dallo stesso donatore, non tutte si comportano allo stesso modo: alcune si trasformano con facilità in cellule produttrici di insulina, altre molto meno. Per capire quali siano davvero le più adatte, oggi servono test lunghi, complessi e costosi.

La scoperta: una “impronta genetica” leggibile fin dall’inizio

I ricercatori del DRI hanno studiato undici gruppi (cloni) di cellule staminali iPSC, tutti derivati dallo stesso donatore. Invece di aspettare settimane per vedere come si sarebbero sviluppati, hanno analizzato l’attività dei geni di ciascun clone già nella fase iniziale, quando le cellule sono ancora indifferenziate e hanno davanti a sé molte strade possibili.

L’idea alla base dello studio: cercare segnali precoci, una sorta di “impronta genetica”, in grado di rivelare in anticipo quali cloni avranno più successo nel diventare cellule beta capaci di produrre insulina.

I risultati: dieci geni che fanno la differenza

L’analisi ha confermato che i cloni non sono tutti uguali fin dall’inizio. Quelli con il profilo genetico più favorevole si sono dimostrati più efficienti in ogni fase del percorso di trasformazione e, soprattutto, hanno mostrato una maggiore capacità di produrre insulina in risposta al glucosio — esattamente ciò che serve per una futura terapia.

Il cuore della scoperta: lo studio ha identificato una firma di dieci geni che, letta già allo stadio iniziale, è in grado di predire con buona affidabilità il potenziale di ciascun clone lungo l’intero percorso verso la cellula beta.

Cosa significa per i pazienti

«Il risultato più importante è la possibile ricaduta sulla medicina personalizzata — spiega Valeria Sordi, ricercatrice del DRI e responsabile del Beta Cell Differentiation Lab — In futuro, quando potremo creare cellule staminali su misura per ogni paziente, da ciascuno otterremo tanti cloni diversi, e non tutti saranno ugualmente efficaci. Avere a disposizione un test semplice e rapido per riconoscere subito il clone migliore ci permetterebbe di risparmiare tempo prezioso e di portare al paziente la cellula con le maggiori probabilità di successo. Oggi questo processo richiede settimane di lavoro: con questa impronta genetica potremmo decidere molto prima su quale clone puntare.»

In sintesi, disporre di uno strumento così precoce potrebbe rendere più rapido e mirato lo sviluppo di future terapie cellulari per il diabete di tipo 1, riducendo la complessità e i tempi della ricerca.

«Questo studio dimostra quanto sia importante capire a fondo la biologia delle cellule staminali prima di portarle in clinica — commenta Lorenzo Piemonti, Direttore del Diabetes Research Institute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e Presidente dell’International Pancreas and Islet Transplantation Association (IPITA) — Riuscire a individuare fin da subito le cellule con il potenziale migliore è un vantaggio concreto: significa accorciare i tempi e aumentare le possibilità di successo quando queste terapie arriveranno ai pazienti. È un esempio di come la ricerca di base, quella che si fa ogni giorno in laboratorio al DRI, alimenti direttamente il cammino verso cure sempre più personalizzate.»

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Questo lavoro è stato sostenuto dal progetto Beta is Better/Un Brutto T1po e dall’associazione SOStegno 70 – Insieme ai ragazzi diabetici.

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Riferimento bibliografico

Zamarian V, Monaco L, Marras M, Ceriani C, Pellegrini S, Piemonti L & Sordi V. Gene Expression at the Pluripotency Stage Predicts Pancreatic Endocrine Differentiation in iPSC Clones. Stem Cell Rev and Rep (2026). DOI: 10.1007/s12015-026-11091-y